La musica si fa frequentemente portatrice dei racconti degli ultimi, trasformandosi in uno spazio narrativo e creativo dedito a dare voce a chi voce non ha. Attraverso storie private la canzone affronta indirettamente sofferenze che assumono un valore etico e politico: senza accuse esplicite, vengono denunciate dinamiche di esclusione, indifferenza e violenza sociale. Gli ultimi non sono tali per una loro colpa, ma perché il mondo che li circonda non accetta né comprende la loro complessità, preferendo etichettarli, ignorarli e allontanarli.
Tra i testi più emblematici del cantautorato italiano che tratta il tema degli ultimi, ci sono “Jenny è pazza” di Vasco Rossi, pubblicata nel 1977 e “Mio zio” di Carmen Consoli, uscita nel 1996. Sebbene siano diversi per stile, periodo e modalità narrativa, raccontano entrambe figure fragili e marginali, vittime di una società incapace di assumersi le proprie responsabilità morali.
In “Jenny è pazza” Vasco Rossi racconta con uno sguardo esterno la storia di una ragazza, la cui fragilità non viene compresa e accolta dalla società. Jenny è diversa, soffre, si chiude in sé stessa, e per questo viene rapidamente etichettata come “pazza”. La canzone però non deve essere vista come un ritratto psicologico della protagonista, ma piuttosto come una denuncia implicita verso chi si ferma alle apparenze e rinuncia a comprendere le sfumature di una persona in difficoltà. Jenny non viene aiutata, ma osservata da lontano, giudicata e infine dimenticata.
Jenny personifica il disagio giovanile, e forse addirittura la depressione, in tutte le sue forme:
- La perdita di energie e volontà di vivere (“Jenny non vuol più parlare, non vuol più giocare, vorrebbe soltanto dormire”);
- Il senso di solitudine (“Jenny ha lasciato la gente”);
- L’apatia (“Jenny non sente più niente, non sente le voci che il vento le porta”);
- L’incomprensione (“rovina il morale alla gente”, “Jenny è pazza, c’è chi dice anche questo”);
- L’indifferenza altrui (“che restiamo a guardarla ora, Jenny è soltanto un ricordo, qualcosa di amaro da spingere giù in fondo”)
- La consapevolezza e il riconoscimento di pochi (“Jenny ha pagato per tutti, ha pagato per noi”).
Il disagio di Jenny viene descritto attraverso un climax narrativo che conduce al completo distacco dalla realtà. Vasco Rossi non incolpa mai la protagonista, ma sposta l’attenzione sulla responsabilità collettiva di chi ha assistito in silenzio al suo progressivo peggioramento. L’ultima diventa tale perché lasciata sola con le sue sofferenze.
In “Mio zio” viene fotografato il momento successivo al lutto dopo la morte dello zio: sebbene inizialmente venga ritratto come un uomo perbene e distinto, attraverso il racconto emerge gradualmente la sua natura contorta. La narratrice racconta delle apparenze mantenute mentre, nella dimensione privata, avvengono gli abusi. Nel frattempo la famiglia seppur sembri che sappia, per vergogna, indifferenza o pura convenienza, decide di tacere; nel suo silenzio è complice del crimine, lasciando la giovane protagonista da sola e abbandonata.
Il brano tocca temi sensibili, quali:
- Il lutto non percepito (“Madre non piangere, ingoia e dimentica”)
- La figura ambigua dello zio (“Era un uomo distinto, mio zio”, “Le sue mani ingorde tra le mie gambe, adesso, sta in grazia di Dio”, “Porgiamo l’estremo saluto ad un animo puro, un nobile esempio di padre, di amico e fratello”)
- L’omertà e il disprezzo familiare (“E sento il disprezzo profondo, i loro occhi addosso, svelato l’ignobile incesto, e non mi hanno creduto”)
- La vittima invisibile e ignorata (“Brava bambina un po’ alla volta, tranquilla non morde e non scappa”)
- La vergogna (“Brava bambina fai la conta, più punti a chi non si vergogna”)
In questa canzone Carmen Consoli dà voce a un tipo diverso di ultimi: chi subisce senza poter parlare, chi viene ignorato, chi osserva impotente, chi decide di non vedere ciò che è impossibile da trascurare.
I due brani, sebbene trattino il tema degli ultimi, li mettono a confronto in maniera contrastante. Innanzitutto le categorie di ultimi: nel caso di Jenny, essa è tale per etichetta, soffre, quindi è pazza e di conseguenza esclusa. La protagonista del brano “Mio zio” è stata abusata e viene dunque esclusa dalla sua famiglia per non affrontare il vergognoso tema. Il tipo di esclusione è diverso, nel primo caso per incomprensione, nel secondo per indifferenza e volontà di evasione dal problema. In secondo luogo, c’è una grande differenza nel tipo di violenza: la crudeltà subita da Jenny è sociale e simbolica, causata dall’isolamento provocato dal giudizio altrui, mentre la violenza trattata da Carmen è sia fisica, perpetrata dallo zio, sia psicologica, causata dalla vergogna della famiglia. Altro aspetto fondamentale è il giudizio degli altri nei confronti degli ultimi; in “Jenny è pazza” la comunità è distante e incapace di appoggiarla, ma consapevole della sua sofferenza, mentre la famiglia nel brano “Mio zio” è omertosa, complice dell’abuso perché conscia del problema che affligge la protagonista. Anche la voce narrativa e il tono sono diversi, poiché nel primo caso Vasco Rossi utilizza una narrazione esterna, quasi superficiale, mentre Carmen Consoli racconta in prima persona, in maniera intima e disturbante. Mentre Vasco grida l’ingiustizia e chiede compassione e riflessione, Consoli, con tono sommesso e allusivo, suscita disagio e presa di coscienza morale, costringendo ad ascoltare il silenzio.
In entrambe le canzoni, la musica ha il compito di accompagnare e rafforzare il significato del testo senza sovrastarlo. In Jenny è pazza e Mio zio, la scelta musicale è volutamente semplice e misurata, perché rispecchia la fragilità e vulnerabilità della protagonista. La musica non cerca mai di attirare l’attenzione su di sé, ma resta in secondo piano, proprio come le figure marginali di cui parla.
In Jenny è pazza, la struttura musicale è semplice e facilmente riconoscibile. Il ritmo è lento e regolare e contribuisce a creare un’atmosfera malinconica, che accompagna il racconto di Jenny che non si trasforma mai in rabbia o ribellione. Questo andamento calmo sembra rappresentare una vita segnata dalla ripetizione e dall’isolamento, questo viene simboleggiato anche dalla melodia che non trova mai un vero e proprio slancio, esattamente come la protagonista. Gli strumenti utilizzati sono la chitarra acustica, il pianoforte, il basso, la batteria, a tratti gli archi e le tastiere.
In Mio zio, la musica assume un tono ancora più cupo. Il ritmo è lento e contribuisce a creare una sensazione di tensione, coerente con il tema dell’abuso familiare. La melodia è semplice, infatti non accompagna il testo con momenti di forte emozione, ma resta costante, aumentando il senso di disagio. Questo distacco musicale riflette il silenzio che caratterizza la vicenda narrata.
Anche gli strumenti, come la chitarra acustica, il pianoforte e gli archi, vengono utilizzati con grande moderazione senza mai diventare drammatici. Proprio queste scelte rendono il brano particolarmente incisivo: il dolore viene soltanto suggerito, costringendoci ad ascoltare con attenzione.
In entrambi i brani, la semplicità musicale non indica una mancanza di attenzione, ma una scelta consapevole. Un accompagnamento più complesso e con più virtuosismi avrebbe rischiato di rendere il racconto più distante.
Il tema degli ultimi non è esclusivo del cantautorato italiano, ma attraversa anche altri generi musicali, tra cui il rap, che nasce proprio come racconto delle sofferenze. Un esempio può essere “Lo straniero” dei Sangue Misto, pubblicato nel 1994, all’interno dell’album SxM. A differenza di “Jenny è pazza” e “Mio zio”, che raccontano storie individuali e intime, “Lo straniero” dà voce a una condizione condivisa, quella di chi viene percepito come diverso e minaccioso solo per il proprio paese di origine.
Nel testo, lo straniero è descritto come una figura costantemente osservata, sospettata e giudicata. Non ha una vera identità agli occhi della società che lo accoglie, ma viene ridotto a una categoria astratta, privata della sua umanità. L’esclusione non è solo materiale, ma anche simbolica: lo straniero non appartiene, non viene ascoltato, non viene riconosciuto come individuo.
Il brano mette in luce diversi aspetti della condizione degli ultimi nel contesto urbano contemporaneo:
- L’emarginazione sociale e culturale (“Resto fuori dalla moda e dallo stadio “);
- Il pregiudizio e la paura del diverso(“Non parlate alla straniero e lo guardate male”);
- La disumanizzazione(“io non sono l’italiano medio, ma un cane senza museruola”);
- La mancanza di ascolto e di rappresentanza.
Dal punto di vista narrativo, “Lo straniero” utilizza una voce diretta e collettiva. Il rap permette di esprimere la denuncia in modo più esplicito rispetto al cantautorato: non c’è distanza o allusioni, ma vengono utilizzate parole esplicite e inequivocabili. Se Vasco Rossi chiede compassione e Carmen Consoli condanna il silenzio, i Sangue Misto accusano e smascherano, facendo diventare la canzone un mezzo di denuncia.
Anche la base musicale contribuisce a rafforzare il tema trattato. La base rap è essenziale e ripetitiva, costruita su un ritmo costante che richiama la monotonia e la durezza della vita urbana e periferica: non si cercano melodie emotive o consolatorie, ma viene mantenuto un tono freddo e realistico, coerente con il contenuto testuale. Il flow è deciso e diretto, privo di abbellimenti, rendendo il messaggio crudo e incisivo. In questo brano parlare significa esistere, rompere il silenzio imposto agli ultimi.
Il confronto tra “Jenny è pazza”, “Mio zio” e “Lo straniero” mostra come il tema degli ultimi possa essere declinato in forme diverse a seconda del genere musicale. Anche se l’argomento principale rimane costante, il cantautorato privilegia l’introspezione e l’empatia, mentre il rap preferisce la denuncia diretta e il confronto con le realtà più difficili della società. Questi tre brani evidenziano come, indipendentemente dal genere, la musica possa diventare una forma di rappresentanza: dare voce agli invisibili, denunciare le esclusioni e costringere l’ascoltatore a confrontarsi con realtà scomode e spesso ignorate. La differenza di approccio arricchisce il panorama musicale italiano, dimostrando che la marginalità può essere raccontata in molti modi, ma sempre con la stessa necessità di ascolto e comprensione. In definitiva, l’ascolto di questi brani non è solo un’esperienza artistica, ma un invito a riflettere sul nostro ruolo di cittadini, sulla responsabilità verso chi soffre e sull’importanza di costruire una società più inclusiva e consapevole. La musica, così, diventa strumento di empatia, di coscienza critica e di cambiamento sociale.
Lara Maria Elisei, Elisa Marnati, Emma Pompilio,
Maria Roberta Spirandelli, Isabelle Thouin
Liceo Classico Tito Livio
Anno scolastico 2025/2026