L’abbigliamento di un fuochista
Tratto dall’album Titanic, prodotto da Francesco De Gregori nel 1982, il brano fa parte di una trilogia di testi che all’interno di questo lavoro hanno per tema l’affondamento del Titanic.
Il pretesto dell’affondamento di un prodotto della tecnologia applicata a livelli a tal punto avanzati per l’epoca da garantire il certificato di inaffondabilità a uno scafo capace d’avanzare spedito verso le promettenti terre del progresso, permette a De Gregori di scavare in profondità che cosa si nasconda dietro il mito del progresso.
Il testo preso in esame è infatti uno struggente dialogo immaginario tra una madre e il proprio figlio, strappato dalle modeste abitudini e dal conforto di una vita famigliare per finire a lavorare per pochi dollari in una sala macchine posta sotto il livello del mare. Il brano, scandito dal ritmo apparentemente leggero e scanzonato di una ballata, ritrae con altissima lucidità l’ingenuità di chi è destinato ad imbarcarsi per attraversare l’atlantico, rimanendo confinato sotto la linea di galleggiamento dello scafo.
A supporto del testo, il brano è strutturato su un giro di accordi costante (sol – la minore – re- sol) che a volte presenta variazioni nelle strofe per differenziare queste ultime dal ritornello. Il tempo della canzone presenta una struttura costante per l’intera durata del pezzo con un ritmo in 4/4.
La timbrica è caratterizza dalla chitarra acustica, strumento principale della canzone, che, con il giro di accordi, fornisce un sottile accompagnamento alla melodia scandita dalla voce di De Gregori. Tale melodia conserva un andamento lineare per tutto il brano ed è accompagnata a tratti da una voce in controcanto femminile.
Alle apprensioni materne per un figlio destinato a solcare le acque avverse dell’atlantico, confondendo il proprio volto con una moltitudine di altre facce, De Gregori contrappone le rassicuranti parole del figlio che, nel ritornello finale, sfuma la canzone rassicurando la madre di quanto la nera nave su cui metterà presto piede sia dopo tutto dichiarata inaffondabile.
Italiani d’Argentina
Sempre le acque dell’atlantico finiscono per rappresentare quella distanza incolmabile che separa le comunità degli italiani emigrati a più ondate in Argentina tra la fine dell’800 e i primi del’ 900 dal loro paese d’origine. Il destino di quest’ultimi è cantato da Ivano Fossati nel testo della canzone ‘Italiani d’Argentina’.
Il brano, scandito tra un parlato di fondo e un ritornello corale, si apre con la riproduzione di un fruscio radiofonico distante a cui fa seguito una domanda incalzante che però non troverà risposta per tutto il testo: ‘ Ecco ci siamo, ma ci sentite da lì?’.
Questa domanda più volte ricorrente nello sviluppo del testo già contiene in sé l’essenza del brano: la perdita delle radici di chi è destinato ad emigrare e l’impossibilità del ritorno per via di una distanza atlantica.
La canzone è stata composta da Ivano fossati con l’aiuto di Allan Goldberg ed è caratterizzata da una fusione di vari strumenti: tastiere, strumenti a fiato (dal minuto 3:45 al 4:00), ecc., tra cui sono anche inseriti strumenti a corda, come la chitarra acustica e l’arpa. Il ritmo è in 4/4, il tempo rimane piuttosto stabile durante l’intera durata e non subisce forti variazioni. La melodia scandita da Fossati presenta salti, specialmente nella seconda sezione del brano ma non superiori all’ottava.
Così la canzone con il suo incedere lento ritrae i costumi e i gesti quotidiani degli immigrai che, seppur integrati, sono intrisi di nostalgia per la terra natia. I gesti, i tanghi, le scarpe giuste per camminare durante le mattine domenicali tra i quartieri di Buenos Aires assumono così un aspetto quasi incorporeo per chi è destinato a vivere in una terra di mezzo dove la ricerca di un contatto con la memoria è affidato al fruscio di una radio a onde corte.
Se il tema degli ultimi nei due precedenti brani analizzati scaturisce da forti tematiche sociali, come ad esempio lo sfruttamento del lavoro o le migrazioni di massa con il loro carico di nostalgia per la terra d’origine perduta e per sempre lontana, il brano che segue invece indica una via di riscatto collettivo che prima di tutto nasce da un percorso di rinascita personale.
Up patriots to arms
Il testo della canzone di Franco Battiato ‘Up patriots to Arms’ è tratto dall’album “Patriots” del 1980 e fonde elementi biografici dell’autore con punti di riflessione universali nati dall’osservazione attenta di usi e costumi delle società.
Il pezzo si apre con un parlato in lingua araba per poi evolversi, con ritmo di base elettronico, in uno spaccato sociale attraverso il quale Battiato riesce a mettere in luce le contraddizioni del suo tempo per poi metterci in guardia da ogni genere di omologazione.
Lo stesso ritornello di ‘chiamata alle armi’ cantato in inglese e francese, come cifra del suo autore, (vedi la fusione e lo studio di svariate lingue operate da Battiato nel corso della sua sperimentazione), esorta noi tutti non tanto all’adesione ad una contestazione di massa quanto piuttosto ad una presa di coscienza critica personale.
Così il testo, con rapidi cambi di scena supportati da una base elettronica, passa in rassegna alcuni mali universali quali: l’imbecillità, le panchine piene di gente che sta male (forse per droghe?), il folle dogma religioso imposto da Khomeini all’antica persia, la diffusione di musica a tal punto commerciale da riempire le pedane di gente in preda a frenesie da ballo tra fumi e raggi laser.
Bene, a tutti questi mali si deve reagire con spirito prima di tutto personale, scaturito da una lunga ricerca interiore applicata al proprio fare.
Il ritornello, che ci esorta a reagire, è infatti seguito da un manifesto rifiuto della musica contemporanea a tal punto priva di contenuti e di ricerca musicale da portare Battiato a evocare la scomparsa dei direttori artistici così come di ogni addetto alla cultura. Solo così, senza aderire in maniera acritica alla ideologia di massa, gli ultimi potranno illuminare le tenebre che sembrano minacciare le società contemporanee.
La canzone accompagna il forte significato del testo con una base marcatamente elettronica, tuttavia nella prima fase del brano è importante sottolineare la presenza dell’accompagnamento orchestrale, tratto dal celeberrimo Tannhäuser di Wagner, contrapposto al resto del pezzo.
La presenza del basso è di grande rilevanza in quanto esso, eccetto che nella prima sezione orchestrale, è sempre presente e funge da ossatura di tutto il pezzo. Di forte rilevanza è anche la presenza del sintetizzatore che si farà particolarmente evidente nella fine del brano. Il ritmo è in 4/4. Il brano per accompagnare la melodia di Battiato che è cantata nella scala di mi maggiore è accompagnato da una successione di accordi caratterizzata dalla presenza di triadi di mi e di si (con variazioni a seconda delle parti del pezzo, ad esempio l’uso di triadi di mi sospese, ecc.).
Every day, every night (a Kiev ero un professore)
Con poche strofe, legate da un semplice ritornello, Edoardo Bennato riesce a descriverci, con incredibile attualità, il disagio indotto dal crollo del blocco sovietico dell’est su chi aveva riposto speranze e aspettative su tale regime.
La canzone che per ultima vorrei commentare, seppur non facente parte delle playlist, ha per titolo: ‘ Every day and every night (a Kiev ero un professore)’ e descrive con acuta sensibilità il coraggio di chi, per sua volontà, abbandona la propria terra per cercare fortuna in nuovo paese senza alcun appiglio e nessuna certezza.
Il brano ci accompagna nei pressi di un semaforo di una grande città (forse Napoli, cita natia di Bennato) dove un uomo per sopravvivere si trova costretto a recitare la parte del saltimbanco, approfittando del segnale rosso, creando un certo disagio tra gli automobilisti. Il protagonista dunque si trova, suo malgrado, a fare parte di quella folla di giocolieri e mendicanti di strada costretti ad elemosinare la benevolenza degli automobilisti di passaggio nel breve tempo concesso dal segnale di rosso del semaforo. Proprio il colore rosso da’ a Bennato lo spunto per spiegarci che il protagonista si trova a contemplare il rosso di un semaforo perché è fuggito da un altro tipo di rosso: quello che dipingeva politicamente il regime dal quale, con una piroletta simbolica ha deciso di sottrarsi.
Sì perché, come ci racconta Bennato, a Kiev questo saltimbanco era un professore di filosofia insignito anche di ruolo speciale. Così, dopo il crollo delle ideologie il protagonista decide di svendere la sua laurea e di cercare piuttosto fortuna ai semafori di una città remota.
Il brano ha un andamento rock-blues. Il ritmo è anche in questo caso in 4/4, gli elementi principali della canzone sono il basso e la chitarra sia elettrica che acustica; all’inizio del brano è più prevalente quella acustica poi però verso la fine viene messa evidenza quella elettrica (intorno al minuto 3:20). il pianoforte ha un ruolo secondario rispetto alla chitarra.
Importante è evidenziare le influenze blues di Bennato, autore che attinse molto dai grandi del blues tra cui John Lee Hooker e B.B.King, cerando di fondere la loro musica ad altri generi tra cui il rock e la musica tradizionale napoletana; tali influenze sono evidenti nello stile di Bennato, come evidenziato dallo stesso titolo della canzone ‘Every day, every night (a Kiev ero un professore), infatti si può dedurre che il titolo sia stato ripreso dalla canzone ‘Every night’ di Hooker.
A mio avviso, oltre al tema degli ultimi che stiamo trattando, questo brano ha per tema la libertà individuale che va conquistata e preservata da ciascuno di noi al difuori di ogni genere di ideologia imposta.
Nikolas Baborsky
Liceo Classico Tito Livio
III° Premio – Taccuini Musicali per l’anno scolastico 2025/2026