Tra le tante capacità positive di una bella canzone c’è in primis l’abilità di comunicare una sensazione.
Il racconto non è mai piatto, distante, le note si accordano con il cuore e trasportano l’ascoltatore nella vicenda, rievocandogli profumi, ricordi e immagini, e questo è particolarmente utile per l’artista quando la storia da lui raccontata è vera.

Il tema che il progetto “I taccuini musicali di Alfredo” si propone di portare nelle scuole nell’anno scolastico 2025/26, la musica e gli ultimi, mostra esattamente questo lato della musica. Le canzoni, talmente diverse tra loro da essere talvolta agli antipodi, risultano tessute in un telaio comune, che porta con sé il dolore derivato dall’esclusione sociale, la rabbia, e la voglia di un riscatto che molto spesso non arriva mai. Di fronte alle storie raccontate nei brani il pubblico molto spesso rimane colpito, perché gli viene posta davanti agli occhi non la narrazione fredda e distaccata come quella di una cronaca, bensì un invito a entrare nelle storie reali di persone che troppo spesso ignoriamo.

Gli “ultimi” che incontriamo nelle canzoni, non sono così distanti da noi: per strada, in quartiere, in metropolitana, talvolta anche dentro casa nostra; le storie che respiriamo tra un accordo e l’altro non possono essere dimenticate con fredda indifferenza, come se avessimo assistito a qualcosa che non ci riguarda; la musica è da sempre legata inscindibilmente con l’uomo, quindi che ne sarà della nostra umanità se non prestiamo ascolto, se la musica non suscita più empatia tra gli esseri umani ma diventa solo una fonte di intrattenimento?

Le recensioni che seguono sono di due brani apparentemente profondamente distanti tra loro: da una parte “via del campo” del cantautore Fabrizio De André, dall’altra “sindrome depressiva da social” del rapper Marracash, accomunati però dall’essere il racconto brutale di due situazioni che molto spesso fingiamo di non vedere; due situazioni e due voci diverse, che vogliono esprimere, denunciare, urlare quanto normalizziamo, nel caso di De André, l’utilizzo di un essere umano come quello di un oggetto da buttare via, mentre nel caso di Marracash l’alienazione e la dipendenza dalla vita fittizia condotta sui social network; in entrambi i casi, le canzoni dialogano con l’ascoltatore, il quale è chiamato a vivere attivamente il suo ruolo di possibile chiave di volta nel sistema, capace e responsabile di attuare il cambiamento.

Via del campo: racconti di vita

Genova, città portuale e popolare, con la sua mescolanza di miseria e vitalità, diventa il luogo ideale per rappresentare un’umanità esclusa dal mito del progresso. Ed è proprio di Via del Campo, nel centro storico di Genova, che Fabrizio De André racconta le vite passate in mezzo alla prostituzione e alla povertà; le storie di emarginazione che ascolta diventano emblema del realismo con cui il cantautore espone situazioni così complesse e delicate, rappresentative della sua poetica e della sua visione del mondo. Sebbene esse rispecchino la realtà di molti, l’intento di De André non è descrivere Via del Campo in modo realistico o documentaristico, ma la utilizza come spazio poetico in cui dare voce agli ultimi, ritratti con profonda dignità e rispetto, lontano da ogni giudizio morale. Via del Campo fiorisce piena d’amore e di vita in mezzo agli altri carruggi, ribaltando i valori perbenisti dell’alta società e facendosi beffe dell’idea che la bellezza possa accompagnarsi esclusivamente al lusso e alla rispettabilità. De André critica l’ipocrisia borghese proprio per questa concezione dell’armonia nel famoso verso “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori“, che contrappone la sterilità dello stile di vita delle classi dirigenti al fervore tipico delle vie popolari, di cui spesso non viene mai visto nulla oltre il degrado e la trascuratezza. Per questo l’occhio accorto di De André non riesce a soffermarsi solo sulle apparenze ma sente il bisogno di approfondire la natura delle relazioni e dei rapporti che si intrecciano tra le persone, anche quelle che non godono del rispetto dei più. L’attenzione di De Andrè in questo brano è rivolta alla figura della prostituta, di cui viene tracciato un profilo dai tratti umani e gentili, lontano dalle superficiali descrizioni volgari a cui spesso si ricorre per alleggerire la pesantezza dell’argomento. De André non si sottrae all’arduo compito di mostrare la prostitute come persone e non come oggetti, focalizzandosi sulla descrizione degli occhi, delle labbra e delle mani come se ne stesse facendo un ritratto; questi elementi su cui porta l’attenzione dell’ascoltatore non rimandano alla sfera sessuale ma esprimono la profondità e la complessità della sua persona. Gli occhi color di foglia diventano depositari di una personalità poliedrica, che De Andrè dipinge con un linguaggio semplice, diretto e poetico, senza cadere nel patetismo o nell’esasperazione tragica, ma al contrario col suo sguardo partecipe e affettuoso rende i personaggi raccontati portatori di un messaggio etico universale.

Sindrome depressiva da Social Network: i social che ti rendono anti-social

“Sindrome depressiva da social network”, brano di Marracash pubblicato nel 2015, è una potente critica alla futilità della vita online. L’artista si serve di una base ritmata e del genere che lo contraddistingue, il rap, per descrivere e analizzare come i social abbiano cambiato il valore dell’esistenza di ogni uomo nella costante ricerca dell’approvazione esterna. Coerentemente allo stile dell’album Status di cui fa parte, nella canzone ricorre la brutale onestà che da sempre caratterizza Marracash: dalla schiettezza delle frasi a espressioni come e hai trovato quello che in giro cercano in tanti/l’illusione di avere amici e vite interessanti, fino alla scelta del tema in sé, si evince la sua inclinazione a trattare argomenti considerati tabú nella società moderna, come il tema dell’identità frammentata, l’idea che i social ci spingano a vivere non più per noi stessi ma per gli altri, attraverso i contenuti che postiamo.
Marracash è un cantante, un rapper, ma prima di tutto è una persona che usa la sua arte per esprimere i propri pensieri, per parlare al mondo, come sembra voglia fare proprio in questo pezzo; la canzone è infatti strutturata come una sorta di conversazione, di discorso rivolto a una ragazza, nella quale potremmo però identificarci noi ascoltatori, invischiati nella stessa rete, come lei che, dice Marracash, vive sempre connessa come una disconnessa.
Il ritmo cadenzato e l’incalzare delle strofe, nelle quali la melodia è perlopiù data dalla voce e dall’intonazione, trasmettono con chiarezza il messaggio velatamente arrabbiato, di biasimo, ma soprattutto di disgusto e rifiuto verso questo modello di vita basato su una realtà che non merita di essere chiamata tale, e che nonostante ciò sta prendendo il sopravvento nelle nostre menti.
Risalta chiaro quindi l’intento del brano: non denunciare il fenomeno dall’esterno, ma metterlo a nudo, nero su bianco, nota su nota nei 4 minuti e 30 che Marracash si prende per la canzone, rompendo lo schema tipo dei brani degli ultimi tempi, sempre più brevi, sempre più concentrati per sopperire alla perdita di concentrazione da parte nostra (dovuta anch’essa, peraltro, allo spropositato bombardamento sensoriale cui ci sottopongono ogni giorno i social).
Nel fare ciò l’artista si collega anche alla sua lotta personale per distinguere “Fabio” (la persona) da Marracash (il personaggio), nella cosiddetta “società performance”; una società dove l’individuo è chiamato a mostrare un’immagine perfetta ed impeccabile. Questa dualità tra l’essere e l’apparire rispecchia l’esperienza di vita di Fabio Bartolo Rizzo (Marracash), che cresciuto nel quartiere periferico di Barona ha dovuto costruire il suo successo dal nulla fino a diventare uno dei rapper più importanti in Italia. Il suo percorso non è stato immune da conflitti di personalità, legati anche alla sua dichiarata convivenza con il disturbo bipolare e alimentati dalle crisi di identità nate proprio dal dover nutrire costantemente il personaggio pubblico a discapito dell’uomo reale e privato. Dunque la denuncia dell’autore è viscerale, egli si mette a nudo, vulnerabilità comprese, dimostrando così quanto la perfezione sia un ideale illusorio e il desiderio incessante di ricercarla conduca ad una sofferenza duratura. Di conseguenza, la sua non è una critica distaccata, bensì la testimonianza diretta di chi ha sperimentato quanto possa essere estraniante il confine tra la dimensione umana e la propria proiezione pubblica. Proiezione che tutti riteniamo dover pubblicare, postare:

Tutti annunciano, tutti spaccano, tutti fanno
Tu ti deprimi perché sembra che non fai un cazzo

È un’arma a doppio taglio: da un lato bisogna apparire senza difetti, felici (Sorridi solo in cam, click), dall’altro si è oppressi dall’incessante confronto con quello che si vede dall’altra parte dello schermo, quello che noi stessi andiamo a creare, alimentando stereotipi inesistenti che inducono nelle persone un senso di inadeguatezza e vuoto.
Marracash si schiera fermamente contro questo stravolgimento della realtà, manifesta la sua indignazione con frasi forti, dure, (Ti spacco il computer, ti brucio quel router/Ti uccido il provider, ti chiudo l’account), è rabbia, ma è soprattutto dolore, per il tempo che questa finzione multicolore ci ruba, per la vita che ci ruba, perché ci ruba alla vita.

E ogni giorno che passi connessa, io mi accorgo che sei disconnessa a me.

Il brano fluisce senza stacchi netti nel ritornello, che chiude anche la canzone, con la frase che, nonostante la sua semplicità, è la più significativa, perché mostra senza pretese né abbellimenti l’emozione; è quasi privata, personale.

Ammetti che è un problema non riesci più a farne senza
So bene cosa significa avere una dipendenza

Sappiamo che è assuefazione, sappiamo che sono filtri e sorrisi ad arte sullo schermo, ma siamo davvero consapevoli dell’importanza che diamo loro?
Riflettiamo e ci preoccupiamo, eppure basterebbe dirsi: Non vedi che ti dissocia, ti perdi la realtà/I social ti rendono anti-social

Il confronto

I due brani pur essendo diametralmente opposti per epoca, melodia e linguaggio sono legati da un tema comune: in entrambi si ha un’esaltazione degli ultimi, esclusi e giudicati dal sistema.

Sin dal primo ascolto si percepisce la distanza tra i due contesti descritti: da un lato De Andre’ in modo sintetico ma estremamente esaustivo guida gli ascoltatori, anche se lontani nel tempo, in una via del caruggio di Genova, facendo respirare l’atmosfera popolare di povertà che la contraddistingueva. Nel farlo catalizza l’attenzione sugli esponenti delle classi sociali più indigenti e disagiate, invise e guardate con sdegno dal “bel mondo”. L’autore delinea i tratti di una quotidianità deprimente, dando voce a quella minoranza vittima dell’altrui sguardo, arrogante e sprezzante. Dall’altro lato Marracash porta in luce, denunciandola, una realtà che al giorno d’oggi è comune a tutti, indipendentemente dalle opportunità economiche. Siamo tutti colpiti dal fenomeno alienante e disorientante dei social network, che ci fa sentire inadeguati, inferiori e mediocri: mentre si naviga su internet sembra di annegare tra le foto e i video che si affastellano su uno schermo.

Pur tenendo conto delle profonde differenze stilistiche e contestuali dei due brani, entrambi gli artisti muovono una critica cruda e pungente nei confronti della società, sensibilizzando l’ascoltatore, fanno uso della propria posizione e fama per sostenere i loro comuni valori di uguaglianza, giustizia sociale, dignità e umanità.

Greta Caccetta, Lucrezia Cassetti, Lea Penelope Gioffré De Marco, Bianca Lassini,
Alessandra Latella, Giorgia Mazzariello, Elena Rizzi, Carolina Zuppini

Liceo Ginnasio Alessandro Manzoni – Milano
I° Premio Taccuini Musicali per l’anno scolastico 2025/2026